Asolo 1977

Poche persone conoscono questo episodio.
Lo riporto volentieri perche’ mi torna di tanto in tanto alla mente
ed in fondo mi spiaceva di non poter condividere le sensazioni
che quel momento e quel novembre piovoso mi fecero provare.
Leggete comunque ‘Cinerina‘ prima di scorrere queste righe,
Ne guadagnerete in comprensione e completezza.

Il novembre del 1977 stringeva Asolo in una morsa di freddo e di nebbia.
Dalla pianura saliva una foschia caliginosa e una pioggerella fine increspava le pozzanghere che affioravano in mezzo all’acciottolato.
Suonammo umidi ed infreddoliti il campanello della casetta di cui avevamo avuto l’indirizzo.
L’anziana signora che venne ad aprire, piccola e raggrinzita, ci squadro’ per un breve attimo poi ci fece entrare in un salottino che mi ricordo’ quelli della media borghesia di inizio secolo con le ‘buone cose di pessimo gusto’ ed un odore di confetti e di violetta che sembrava trasudare da sempre dalle pareti. Ci fece sedere su una poltrona damascata che doveva avere avuto una giovinezza assai piu’ avventurosa della sua presente condizione.
“Dunque… lei e’ qui per le carte che mi accennato nella telefonata, vero?” mi disse gentile e vaga.
“Si, mi ha indirizzato a lei la signora Baccara…”
“Lei conosce quella signora?”
“No, l’ho sentita solo per telefono. La conosce il colonnello Sovera Lattuada, legionario Fiumano, mio concittadino, che ho sentito recentemente e che, appunto, mi ha fatto contattare la signora Baccara…”
“La quale, a sua volta, ha fatto il mio nome – sorrise – Raffinata pianista, sorprendente che Luisa l’abbia diretta verso di me, probabilmente voleva togliersi di torno, non s’offenda, un.. impiccione!”
Tocco’ a me sorridere.
“Non mi offendo, l’importante e’ che io sia arrivato qui”.
“Chiarisca meglio cio’ che vorrebbe da me e che mi ha accennato al telefono”.
“So che, per antiche frequentazioni, lei conobbe D’Annunzio e possiede delle carte del periodo bellico che dicono inedite: vorrei avere il permesso di esaminarle per sapere se c’e’ qualcosa che riguarda Romaine Brooks, la pittrice americana. E’ una figura che mi affascina da sempre”.
“Li ho visti entrambi insieme per l’ultima volta giusto sessant’anni fa a Venezia – disse in un sospiro la donna – Ariel e Cinerina. Non li posso dimenticare. Lei gli stava facendo il ritratto, ne era chiaramente affascinata e lui, come al solito, era logorroico ed egocentrico. A me non e’ mai piaciuto del tutto anche per come aveva trattato quella che riposa poco distante da qui…”
“Gia’ – assentii – lei la conosceva, immagino…..”
“Assai bene, era grande amica di mia madre. Non fu davvero trattata bene, ne’ lei, ne’ altre.” concluse guardando fuori dalle finestre. La pioggia aveva cominciato a scendere piu’ intensa e picchiettava sui vetri che le persiane aperte non proteggevano. Faceva freddo. “Potrei vedere quelle carte, signora?” dissi rabbrividendo, vagamente a disagio.
“No, mi appartengono e provvedero’ a far in modo che anche in futuro nessun altro le abbia mai a vedere ma una cosa, una cosa sola, posso mostrarvela….. Romaine Brooks, lei ha detto….” disse decisa ed alzandosi si avvicino’ ad uno stipo estraendo un foglio da una cartella dopo aver rovistato un po’.
Me lo porse. Poi, rivolta a me disse: “Lo legga e me lo ridia, e’ tanto che nessuno mi parla di queste cose. Questo l’ho preso nello studio di Romaine: fu un impulso improvviso. Me ne vergogno ancora adesso. Vi sarei grata se, quando ve ne andrete, non ne faceste parola con nessuno”.
La lettera era ingiallita e macchiata dall’umidita’ del tempo. La grafia spiccava netta e secca come sempre nello stile che ben conoscevo, nessun segno di monogramma o cartiglio a stampa
Lessi e rilessi la lettera, la ricordo bene.

Venezia, ottobre ’17.
Cinerina, Amatissima,
Suggello questa lettera con il fuoco inesausto della mia, della tua passione.
Torno dalla fronte carsica insanguinata di giovin sangue eroico.
Veggo attraverso i vetri di questa casa Venezia arrossata dal tramonto scarlatto che la contraddistingue tra tutte.
Sono inebriato da mille immagini e da mille racconti che solo l’umanita’ dolente e’ in grado di cogliere appieno e poi di raccontare.
Non mi dimentico di un mese fa, del nostro ritorno all’Atlantico ventoso e ad Arcachon, antica evocatrice.
Ti bacio le mani che di grazia e talento son parimenti colme.
Non dimenticare! Non dimenticare!
Ariele

Eravamo ora nel piccolo cimitero di Asolo mentre cadeva una pioggerella fine. I cipressi stormivano appena sotto un vento leggero.
La tomba era semplice, ben tenuta e senza inutili e ridondanti tentativi di ‘abbellimento’: un marmo grigio scarno ed essenziale, un nome, due date.
La ragazza che era con me e di cui amavo il sorriso e la cui vicenda si sarebbe ancora intersecata con D’Annunzio e con la mia, pronuncio’ parole che mi riscossero dai miei pensieri.
“Dunque D’Annunzio e la Brooks sarebbero stati brevemente di nuovo in Francia nel 1917 ed avrebbero avuto una nuova, fugace relazione? Tu che ne dici?” mi chiese soprapensiero, guardandosi intorno e mostrando di assaporare di quell’aria umida e fredda.
“Difficile. Cio’ contraddice tutti i biografi ed i testi conosciuti. Temo sia un falso” le risposi meditabondo mentre chinavo il capo verso la tomba che stava ai miei piedi.
“Forse. Pero’ al mio io sentimentale piace pensare ad un ritorno di fiamma ed ad una affermazione di Cinerina, una sorta di revanche….”
“Revanche? Con D’Annunzio? Impossibile. Il concetto gli era totalmente estraneo, lui inseguiva il suo ‘particulare’. Sai che gli importava delle rivincite, sue od altrui! A lui importava guadagnare il canape’, null’altro” risi io.
“Credo che anche colei che giace qui se ne sia resa conto, come Romaine Brooks e le mille altre….” mi disse pensierosa stringendosi piu’ in vita il cappotto e scuotendo i capelli per allontanare le gocce di pioggia.
“Questa piu’ di altre, probabilmente….. Mi ha sempre ispirato un grande rispetto.. Ghisola…” sussurrai e poi sillabai piano il nome inciso nel marmo:

Eleonora Duse
1859-1924

“Se la lettera era un falso, abbiamo allora fatto un viaggio inutile?” chiese guardandomi.
“No, di certo. Intanto non sappiamo con certezza se quel documento e’ falso o apocrifo. Mi piace pensar di no in modo che Romaine abbia avuto qualche soddisfazione ultima per la sua tanto devota quanto assai poco contraccambiata amicizia.” risposi.
“Io mi illudo ma temo che non ci sia nulla di vero…” scosse la testa.
“Che c’importa? Abbiam vissuto una ricerca, un’atmosfera, un momento come un qualcosa di magico e di ineffabile che ci ha intrigato e ci ha esaltato. Che potevamo chiedere di piu’? Per un’istante siamo stati presi da una magia i cui presupposti forse sono veri, forse sono finti, ma i cui effetti sono ancora in noi. Non e’ divino, questo? E si’ che hai commentato Mimnermo!” dissi sorridendo e stringendole la mano.
“Parolaio. Vivere per una malia, vera o falsa che sia la realta’ che la genera? – rispose sorridendo anch’essa e togliendo lentamente con l’altra mano una foglia bagnata che era caduta sulla tomba – Vivere basandosi su questa malia o fingersela tout court? E’ questo che intendi, vero?” insistette.
“Vivere per qualcosa che ti intriga, umano, divino, reale, immaginario….. E’ piu’ che sufficiente. E magari vivere evitando di… bagnarsi troppo!” dissi inarcando un sopracciglio e guardando con intenzione in alto verso le nuvole grigiastre ed il cielo livido.
Scoppiammo a ridere piano per non turbare la quiete di quel cimitero sospeso tra mille tempi e mille spazi in quel piovoso novembre di vent’anni fa.

Massimo Galluzzi