Gabriele d’Annunzio e la parola

Gabriele d’Annunzio e la parola

Si sa che per d’Annunzio l’uso ricercato di termini e di parole fu molto importante tanto da scrivere molto spesso “Parola”, proprio come poi farà per “Verso”, l’iniziale maiuscola indica quanto potesse essere importante per il Vate l’uso anche sproporzionato di termini aulici e sofisticati.
Ma è meglio fare un pò di ordine sul fatto cronologico, quando iniziò questa “eterna” ricerca di vocaboli aulici? Innanzitutto occorre partire dal 1874, quando il giovane Gabriele entra al collegio Cicognini di Prato e viene continuamente schernito dai compagni per la sua cadenza abruzzese, infatti pronuncia il termine “rosa”, come il participio passato del verbo rodere. E da allora cercherà sempre di correggere questo difetto di pronuncia, non per nulla il padre lo relegherà fino al 1880 in collegio proibendogli una benché minima vacanza nella terra natale. Infatti Francesco Paolo Rapagnetta-d’Annunzio lo vorrà sempre di più intoscanire fino a fargli perdere la cadenza degli Abruzzi, famoso è poi il paragone che il padre fa con i suoi vini (era un raffinato enologo), nei suoi vigneti ha coltivato non per nulla il Chianti. Gabriele dopo cinque anni dall’ingresso in collegio esordirà con il suo Primo vere e in poco tempo diventerà il “l’ultimo figlio delle Muse”, basta questo a indicare quale sia il futuro di d’Annunzio nell’accademia delle lettere. Da giovane e dialettale passa a giovane e raffinato cultore della lingua italiana. Proprio da questo anno sacro per lui, comincia quella ricerca di termini e parole che possano anche solo aggiungersi alla lingua italiana, sarà proprio in questo periodo che metterà il naso tra le pagine del Tommaseo-Bellini e non lo toglierà fino alla fine dei suoi giorni.
Gabriele d’Annunzio nel novembre 1881 entra a Roma, la neo-capitale d’Italia, si può immaginare l’emozione che nel giovane suscita una città così importante dal punto di vista storico, che già gli solleticò la fantasia al collegio quando lavorava sulle traduzioni di Orazio e di Ovidio e di altri grandi scrittori latini che abitarono quella città imperiale. Però il suo arrivo a Roma è importante per la sua evoluzione nel campo delle lettere, qui infatti comincerà a frequentare le redazioni dei giornali e a firmare moltissimi articoli mondani, infatti a d’Annunzio poco importa la frequentazione universitaria, la cosa che gli preme è quella di raccogliere materiale per le sue cronache e lui avrà libero accesso ai salotti mondani, dunque taccuino e lapis alla mano lui annota tutto quello che gli capita a tiro, fosse anche il solo nome di una dama aristocratica. Quando qualche anno più tardi vorrà licenziarsi da cronista mondano trasporrà tutti quegli infiniti appunti di taccuino nel suo romanzo più famoso Il Piacere. Però un fatto ancora più importante accade nel 1884 quando d’Annunzio dà alle stampe presso il tipografo Angelo Sommaruga, la raccolta di liriche Isaotta Guttadauro. Questa pubblicazione farà in modo che Edoardo Scarfoglio pubblichi la raccolta di scherno Risaotta al pomidauro, questo per schernire i termini ricercati e aulici che d’Annunzio utilizzava nella sua raccolta, da questo scherzo esploderà il famoso incontro di scherma che d’Annunzio perderà e uscirà ferito alla tempia, da qui poi la trasposizione nel Piacere.

Nel 1892 d’Annunzio pubblica presso l’editore napoletano Ferdinando Bideri il suo secondo romanzo L’Innocente. Ma fin qui ancora nulla, a parte lo scandalo effettuato dal romanzo, perché sarà la versione francese di questo testo a far scatenare la polemica dei plagi. Questo fatto è di enorme importanza per quanto riguarda il tema che sto affrontando, perché si scopre da questo che d’Annunzio è un grande cultore della letteratura francese, in realtà a dir il vero la questione del plagio di testi francesi non esiste, poiché d’Annunzio ci inseriva del suo e questo non può essere considerato plagio, inoltre è importante notare come anche Marcel Proust facesse la stessa cosa e nessuno ha mai rivolto parole di attacco verso il grande autore della “Recherche”.

Nel 1903 è la volta del capolavoro della poetica dannunziana perché avviene la pubblicazione del terzo libro delle Laudi Acyone, questo volume contiene liriche molto interessanti dal punto di vista della ricerca di termini aulici, infatti è importante notare come nella lirica L’otre, d’Annunzio usi, per indicare ogni singola parte dell’oggetto, termini che ricerca appositamente nel suo famoso Tommaseo-Bellini. La stessa cosa vale per la famosa La pioggia nel pineto, anche se ricopre un ruolo più stilistico che di terminologia.

Nel 1911 il grande cantore dell’estate si trova in esilio volontario nella Landa francese e qui nella sua villa di Arcachon, porta a compimento il suo primo dramma nella lingua francese, ovvero il Martyre de Saint Sebastièn, ma non utilizza il francese corrente, bensì l’antica lingua d’oïl e allora d’Annunzio si dimostra un grande cultore della letteratura francese, proprio quello che i francesi all’epoca dell’Intrus non avevano capito, sollevando un immenso polverone attorno alla questione dei plagi del romanziere. Ma in realtà i francesi non sono mai stati capaci di vedere oltre le righe, forse soltanto il dandy Robert de Montesquiou, grande ammiratore di d’Annunzio, era andato oltre le polemiche e oltre le righe. Il dramma scritto in quella lingua antichissima non ottenne grandi successi, inoltre il papa mise all’Indice delle opere proibite, tutti i volumi che d’Annunzio aveva scritto e scriverà, infatti la censura si fermerà solo quando il memorialista degli anni del Vittoriale scriverà nel 1936 il suo ultimo volume Teneo te Africa.

È da ricordare, inoltre, che nonostante la classica avversione di insegnanti e di personaggi politici, d’Annunzio oltre ad aver fatto la propria vita un’opera d’arte, è stato un grande innovatore della lingua italiana e se non fosse stato per lui, ancora oggi, non avremmo i termini “tramezzino” e “velivolo” e senza di lui il Fascismo non avrebbe mai portato alla ribalta motti come “Me ne frego”, “Cosa fatta capo ha” e indumenti come la camicia nera e il fez (abbigliamento che d’Annunzio indossava quando se ne andò da Fiume) e non avrebbe mai dato vita al “manganello e olio di ricino”, che d’Annunzio propose a Mussolini e non avrebbe mai marciato su Roma, se non a imitazione della marcia su Roma e neppure gridato da un balcone l’entrata in guerra, se d’Annunzio non lo avesse già fatto dal palazzo governativo di Fiume.

– Tobias Fior