d’Annunzio e la seduzione

d’Annunzio e la seduzione

Capita spesso di incappare nel tema d’Annunzio e la seduzione, articoli e studi davvero approfonditi nei quali vengono messi in luce aspetti riguardanti il numero di amanti e le tendenze amorose e sessuali del poeta. Eppure tante volte viene trascurato un elemento fondamentale che caratterizza il d’Annunzio seduttore ovvero il coinvolgimento psicologico ed emotivo del seduttore stesso.

L’affermazione che segue può suonare come assurda e paradossale ( soprattuto per chi conosce bene l’epopea dannunziana ) eppure per d’Annunzio l’atto fisico conta pochissimo se paragonato a l’alone seduttivo, emotivo e psicologico che circondava l’atto fisico.

Se escludiamo gli ultimi anni trascorsi al Vittoriale, notiamo un elemento comune che caratterizza ogni vicenda sentimentale del poeta, ovvero l’assoluto, profondo, vivo ed esclusivo coinvolgimento amoroso verso la donna amata.

Lettere, stati d’animo, gesta plateali non sono puro artifizio di forma o tecnica di seduzione ma divengono sinceri impeti di sentimento che coinvolgono prima di tutto d’Annunzio ed il più delle volte lo rendono schiavo del sentimento stesso, vittima delle sue stesse passioni.

Il binomio amore e sofferenza pervade tutta la sua vita diventando un elemento ricorrente capace di renderlo carnefice e nel contempo vittima delle sue stesse azioni ed in questa dimensione anche la stessa infedeltà verso l’amante diviene qualcosa di onesto, puro e trasparente, un’inevitabile prezzo da pagare per assecondare un ideale più alto in grado di consacrare se stesso e la donna amata all’altare dell’arte.

Nella sua produzione letteraria ed epistolare risulta davvero difficile trovare un vanto per un atto fisico consumato, del tutto scevro da un alone di seduzione artistica, di passione amorosa e di conquista emotiva.

La conquista, il sesso e l’atto fisico privi di tutta la componente artistica divengono una cosa adatta alla gente comune e non ad un artista.

In quest’ottica la seduzione stessa abbraccia contesti molto più ampi che vanno dal cibo, al verso, passando per la moda, i profumi, gli ambienti, stoffe, lettere, regali, gesta e musica, permeando infine la vita stessa del poeta che grazie alla seduzione diviene un’opera d’arte.

Indicativa per capire il contesto emotivo e psicologico del poeta nei confronti della seduzione una famosa lettera destinata alla Leoni datata Luglio 1887 :

Roma, 31 luglio ’87

Il mio dolore è cosí grande che da ieri io vivo quasi incosciente delle cose della vita, chiuso in me, col pensiero, col desiderio acuto e incessante del tuo amore.

Quando io ti lasciai jeri, mi si velarono gli occhi. Mi parve d’esser per cadere. L’angoscia mia cresceva ogni ora piú. Andavo per le vie, mentre la sera scendeva, portando miseramente la mia gran tristezza in mezzo alla gente. Mi avvicinai due o tre volte alla tua casa. Mi si affacciavano alla mente i pensieri piú strani e i propositi piú folli. Verso le dieci incontrai gli amici che mi trassero con loro, al solito luogo, da Morteo, dove ti ho veduta per tante sere e dove ho bevuto l’amore dai tuoi occhi lungamente. Avevo la gola cosí serrata e cosí riarsa che non m’era possibile profferire una sola parola. Quegli ultimi trentacinque minuti, prima dell’ora precisa della tua partenza, furono atroci. Io non ti so dire come soffrivo, Barbara.

Tu partivi, tu partivi, senza ch’io ti potessi vedere, coprirti di baci la faccia, ripeterti ancora un’ultima volta con la voce soffocata: «Ricordati! Ricordati! ».

[..]

Oh amica mia, tu dovresti amarmi sempre sempre e con infinita tenerezza, soltanto per ricompensarmi di quei momenti supremi di spasimo non mai provati!

Rientrai a casa, come pazzo. Ti vedevo, ti vedevo chiaramente, nel vagone, seduta, alla luce della lampada, tutta triste, fra il romore monotono del treno che fuggiva. Sentii suonare tutte le ore, all’orologio della Trinità dei Monti. Ti seguii, nel viaggio, con tale intensità di pensiero e di morte e di angoscia che tu certamente avrai dovuto provare nel fondo dell’anima tua un turbamento misterioso. Non ho mai chiuso gli occhi. Mi son alzato stamani e, dopo molti e terribili sforzi di volontà, mi son messo a scrivere l’articolo che ti avevo detto. Scrivevo, invece d’una prosa per un giornale, una lettera di passione! Ho strappato i fogli; e poi ho scritta meccanicamente una cosa volgare. Non la leggere.

Leggimi invece nel pensiero. Io mai mai t’ho amata come ora e mai ho amata cosí nessun’altra donna, mai, mai. Tutta Roma oggi mi par vuota, deserta, maliconica come un cimitero. Sono qui, a casa, da molte ore; rimarrò qui tutta la sera, tutta la notte, con te, con l’imagine tua, con i ricordi, e con i dubbi tremendi da cui dispero di guarire, e con le lacrime.

Tu che fai? Tu che pensi? Tu dove sei? Tu sei lontana, fra la gente che ti ammira e ti circonda, innanzi al mare, e forse tu sei già serena e forse hai già riacquistato il sorriso, quel sorriso che io amo e che io veggo raggiarmi nello spirito inestinguibilmente.

Addio, addio. Amami, amami. Tutti i moti dell’animo tuo, tutti tutti i tuoi pensieri e i sogni sieno per me, tutti tutti tutti.

Non ti scrivo piú oltre. Io non so quel che ti dico. È quasi sera, la stanza è piena d’ombra, la casa è silenziosa. Un’onda di amarezza mi sale dal profondo cuore. Darei non so che cosa per perdere la coscienza dell’essere, per non sentire, per non pensare, per non soffrire cosí. È troppo, amica mia.

Che fai? Che fai in questo momento? Che fai? Per saperlo, darei la metà del mio sangue.

RICORDATI! Addio, addio.