La voce del Vate

Una vera chicca questo elegante e raffinato libretto di Dino Provenzal dal titolo roboante (“Dizionario delle Voci”, Hoepli, 1956) che abbonda di ritratti sui piu’ svariati personaggi della storia con particolare riguardo alla loro voce ed ai loro atteggiamenti. Poteva mancare Gabriele d’Annunzio? Certamente no e ci piace ricordare le testimonianze citate.

Di Pescara. Innamorato della parola, adoratore della musica e della poesia il D’Annunzio fu parlatore squisito. Tutti quanti scrivono di lui, ne ricordano la voce limpida, armoniosa, metallica, e attestano che la seduzione esercitata da lui sulle folle e sui singoli era riposta soprattutto nella parola.

SIBILLA ALERAMO, D’Annunzio fraterno, in “Nuova Antologia”, 1938
La sua voce scandita, metallica, e insieme carezzevole dava di per se’ una sensazione analoga a quella che suscitan le sue liriche piu’ prestigiose: di trasognamento… Miracoloso era il suo potere d’adattamento alla persona che per improvvisa simpatia eleggeva e a cui voleva piacere: non falsandosi, ma estraendo dalla sua molteplice natura quel che in essa v’era di consono a quella dell’interlocutore; ponendo certo in quella operazione un’arte non minore di quella ch’e nelle sue piu’ venuste pagine: ma arte, non artifizio, non istrionismo. Obbedienza al ritmo scelto per quel dato colloquio, ma ritmo suo; attenzione vitale, creazione dal profondo, musica.

TOM ANTONGINI, Vita segreta di Gabriele d’Annunzio. Milano, Mondadori, 1938
La voce e’ armoniosa e limpida; la sua dizione e’ chiarissima; egli scandisce le parole; nessuna sua sillaba va perduta per gli ascoltatori. Non l’ho mai udito alzare il tono della voce, se non quando pronunzia dei discorsi… Negli ultimi anni l’emissione della voce, pur sempre sonora e squillante, e’ talvolta incerta. I gesti coi quali egli ha sempre avuto l’abitudine di accompagnare e sottolineare le sue parole, hanno perduto assai della loro naturalezza ed eleganza. Sembrano talvolta quelli di un uomo indicibilmente stanco, talvolta quelli di chi e risvegliato all’improvviso e non puo’ ancora controllarli… La sua voce ha conservato il suo timbro squillante, la sua intonazione persuasiva, la sua sonorita’ calda. E’ sempre ed ancora la voce del conquista tore di donne, di uomini e di citta’. Ma, mentre un tempo egli, pur amando parlare, sapeva anche ascoltare, oggi non sembra piu’ dilettarsi che d’ascoltare se’ stesso. E capace di parlare due, tre ore di seguito, permettendosi solo delle piccole pause durante le quali si direbbe che, piu’ che ammetterlo, tolleri per un istante che il suo interlocutore prenda la parola. Fa sovente delle domande e non attende piu’ la risposta. Passa da un argomento all’altro, muta d’idee nel corso della conversazione, si duole aspramente d’un fatto avvenuto o del comportamento di una persona a suo riguardo e, cinque minuti dopo, trova naturale il fatto stesso e assolve la stessa persona con un sorriso ed una parola indulgenti.

ADOLFO FRANCI, Italiani e forestieri, Milano, Ceschina, 1930
Parla dimenandosi tutto, agile e leggero, le mani sempre strette ai fianchi, l’un piede rialzato sulla punta. Dice, con quella sua precisa e musicalissima parlata nella quale, attraverso il garbo e l’accento toscani, traspare qualche sottile venatura del dialetto abruzzese che l’ammorbidisce… Tratto tratto agita un braccio e una mano per aria ma con un gesto dolce e molle, il gesto del cavaliere che va incontro alla dama in una delle figure del minuetto e piega il corpo in avanti e le gambe come se volesse tentare una piroetta.

EMI MASCAGNI, S’ inginocchi la piu’ piccina. Milano, Treves, 1936
Il suo fascino sta nella voce. E’ inutile descrivere una voce: e’ inutile dire che e’ argentina, cavernosa, metallica: bisogna sentirla, come bisogna sentire una musica per farsene un’idea… D’Annunzio parla pianissimo. La sua, pare una voce intima: pare piu’ l’espressione di un’anima che non di un pensiero o di una volonta’: ogni parola acquista una singolare veste di spiritualita’ e di gentilezza. Non si vorrebbe perdere una sillaba: non si oserebbe mai d’interromperlo, come succede allorche’ qualcuno si decide finalmente a dirci un segreto. Ecco: quando d’Annunzio parla, sembra sempre che dica un segreto. Perfino se dice soltanto: buon giorno.

DARIO NICCODEMI, Diario, Livorno, 1940
D’Annunzio con la sua voce chiara, squillante, un po’ infantile, con la prodigiosa chiarezza italiana della sua parlata, della sua erudizione, mi ha sedotto, incantato come nelle lontane ore parigine.

UGO OJETTI, Cose viste. Milano, Treves, 1923
E’ un gran gusto udirlo e guardarlo… Egli racconta e ride, con quella limpida voce e quella risata chiocciante che restano giovanili per quanti anni passino e comunicano la giovinezza a chi le ascolta.

LO STESSO, Cose viste. Milano, Treves, 1923
Io credo a d’Annunzio quando dichiara la sua repugnanza a parlare in pubblico. Sbiancato che pare esangue, la sua voce e’ sulle prime opaca e affaticata. Poi riprende il suono metallico e netto delle allocuzioni di una volta nel campo. Una mano sul fianco, con una posa leggiadra e giovanile che e’ tutta sua, egli quando lancia la frase piu’ aggressiva l’accompagna con uno scatto innanzi del volto come di chi addenti.

LO STESSO, Alla scoperta dei letterati. Firenze, Le Monnier, 1946
Riodo la sua voce acuta, precisa, lenta che si compiace di accompagnare le care parole lettera per lettera fino all’ultima vocale, come chi ne intende, compiacendosene, tutta l’onnipotenza intellettiva e sonora.

IDA RUBINSTEIN, Come conobbi d’Annunzio. Nuova Antologia, 1927
Quando parla, riversa la testa all’indietro, come per ascoltare una musica interna. Infatti una musica profonda e commovente fluisce sulle sue labbra, una musica il cui senso supera quello delle stesse parole pronunciate e avvince l’interlocutore e lo innalza al di sopra di se stesso, conferendogli un’anima nuova, un coraggio ignoto e un poco di quella temerarieta’ che e’ la virtu’ suprema agli occhi del poeta.