Massima sincerità nel dolore

Nel momento in cui D’Annunzio perde l’occhio destro, comincia per lui un lunghissimo travaglio di dolore, in cui si alternano ricordi del passato e allucinazioni create dall’occhio perso. D’Annunzio inizia a scrivere appunti, pensieri e lunghissime serie di ricordi proprio nel Notturno, quasi a prevedere la prossima creazione che sarà il Libro segreto e dico prevedere perché proprio lui si definisce, sentendosi un nuovo Tiresia sofocliano, l’Orbo veggente. Nel Libro segreto D’Annunzio comincia a stilare la raccolta di tutto quello che della sua vita ha voluto nascondere, infatti si può leggere:

Chi mai oggi e nel secolo o nei secoli, potrà indovinare quel che di me ho io voluto nascondere?

La risposta a questa domanda la si può trovare nel primo tomo delle Faville del maglio, infatti D’Annunzio scrive che sarà un giovane “libero da ogni comune imparaticcio” a scoprire il suo libro più bello, ovvero “quello che non ho ancora scritto”. Sul poeta infatti si sono raccolte miriadi delle cosiddette “leggende metropolitane”, lo stesso D’Annunzio nel Libro segreto confessa di essersi trovato in Svizzera, misconosciuto, e di aver sentito che “veramente Gabriele D’Annunzio aveva ucciso l’innocente”. D’Annunzio con questo vuole scardinare completamente la leggenda che gli si era creata intorno, vuole abbattere tutti “i comuni imparaticci” e far scoprire di sé la parte umana e non quella mitica o leggendaria, come aveva fatto in guerra oppure con l’azzardata impresa di Fiume. Facendo questo lavoro di “scavo archeologico della propria anima” il vecchio memorialista si trova a essere sincero del proprio dolore, molto significativa è la narrazione di quando il poeta, subito dopo aver perso l’occhio destro, assume la morfina di sedici grammi sopra la norma consentita, infatti lo avrebbe molto probabilmente portato alla morte. Ma lui è questo, è questo il D’Annunzio che arrischia la morte senza un motivo, il vero D’Annunzio è quello che vede nella morte una liberazione. Sono proprio le pagine della guerra a comunicare il vero carattere dannunziano, basti pensare ad esempio alla narrazione della morte di Natale Palli, qualche anno dopo il volo su Vienna, D’Annunzio è al capezzale di Palli e fa un gesto bellissimo regala il taccuino a Palli, contenente le note scritte quando all’improvviso il motore aereo si era spento e il poeta con l’amico aveva rischiato di morire. Un gesto alquanto bello, quanto raccapricciante per gli studiosi postumi, infatti il taccuino andrà perduto, l’unica cosa che si sa è che D’Annunzio era stato tratto in inganno nel leggere “Vienna” sul primo foglio, in realtà poi il taccuino riguarderà il viaggio fatto nella città austriaca con la Duse nel 1899.

All’interno del Libro segreto D’Annunzio vuole farci conoscere la sua vita più segreta, vuole farci vedere l’autore più nascosto, sia pure attraverso l’arte e la costruzione di quello che sarà il “Vittoriale degli Italiani”, la sua villa gardonese “dentro questa cerchia triplice di mura”. Il poeta abruzzese ripercorre alcuni punti salienti della sua vita, in particolare quelli della guerra, che sono stati per lui l’incontro con la morte, quella morte tanto attesa, D’Annunzio nel Notturno scriverà:

Perché due volte m’hai tu deluso?

D’Annunzio attende la morte come una salvezza, ma al tempo stesso la vede come qualcosa di sconvolgente, basti pensare nelle pagine dello stesso Notturno come viene descritta la salma della madre appena scomparsa:

La sua faccia era rimodellata secondo i lineamenti della sua anima. La sua anima non poteva essersi partita.

Il poetasi trova a dover affrontare la morte già in queste pagine, con il Notturno ha inizio quel percorso introspettivo che Emilio Cecchi aveva già riconosciuto in D’Annunzio. Se la situazione introspettiva e riflessiva è già presente in così forte clima nel primo romanzo di ricerca, si può dedurre cosa possa essere il Libro segreto, quando le persone più care sono già passate a miglior vita: nel 1917 la madre, nel 1929 Francesco Paolo Michetti e nel 1924 la Duse. Infatti quasi tutto il romanzo autobiografico è stilato sulla presenza spesso ossessiva di queste tre persone: sono pagine molto belle e che possiedono una lirica semplice ma molto emotiva, D’Annunzio quando parla del pittore Michetti, rinuncia per un momento ai termini elevati, aulici e adotta una prosa semplice ma pura. Stupende sono le frasi che descrivono l’amicizia, anzi la forte amicizia che li ha sempre legati, sono le pagine in cui D’Annunzio parla di quel “fratello” che lo incitava a cominciare con la stesura de “L’Innocente”.

Ascoltavamo, non con due anime
ma con le due metà di un’anima sola.
era l’ultima ora della nostra armonia.
il cuor mi si gonfiò di tanta pietà
che non potei più contenere il pianto.
i miei singhiozzi pesarono sul cuor
del mio fratello caro.

Dello stesso calibro sono le pagine che ricordano Eleonora Duse, che dopo la morte D’Annunzio ha provveduto affinché la salma fosse fatta tornare in Patria. Sono ricordi che colpiscono il lettore al cuore, è stupendo leggere quando la Duse dice al poeta la frase che è l’incipit de Il fuoco: “Non vi trema il cor per prima volta?” oppure la frase che nella mente di D’Annunzio diverrà importantissima, sarà proprio quella a ricordare l’incontro con Eleonora Duse: “La follia non è più ricca di te”.
Gabriele D’Annunzio elabora attraverso i ricordi un clima quasi sacrale nel volume, vuole creare l’aria francescana, come quella del Vittoriale, il poeta ormai vecchio, mentre i ricordi lo assillano continuamente non deve fare altro che pentirsi di tutte le cose fatte in vita e far crollare sotto il peso della verità tutte le invenzioni che per anni sono state fatte su di lui.

Di tutto il Libro segreto la parte che riassume tutto quanto è quella del sonetto finale:

Tutta la vita è senza mutamento.
Ha un solo volto la malinconia.
Il pensiere ha per cima la follia.
E l’amore è legato al tradimento.

Quella del poeta dunque è una vita senza mutamento, all’insegna della malinconia, si vede un D’Annunzio oramai rassegnato, non a caso il tetrastico è stato posto proprio alla fine del volume. Si rispecchia l’anima vecchia e stanca del poeta, che accetta la reclusione dorata al “Vittoriale”, accetta d’essere fatto prigioniero di se stesso, alle finestre del “Vittoriale” non ci sbarre o spranghe di ferro ma i fantasmi di una vita ormai conclusa. È questo quello che D’Annunzio vuole esprimere con la composizione del Libro segreto, sbagliano in molti a considerare questo testo come un insensato zibaldone di pensieri, troppo raccogliticcio e frammentario. Perché è in questo che si vede il vero Gabriele D’Annunzio, lo stile frammentario non vuole rifarsi a nessun’opera passata, ma presenta perfettamente quello che è il vero animo di D’Annunzio: multi sfaccettato e poliedrico come un diamante. È possibile infatti riconoscere in ogni singolo frammento una parte di quell’animo nascosto e segreto, che il vecchio memorialista presenta solo ora.