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D'Annunzio e i profumi del carnaro - di Giorgio Dalla Villa
Nella notte del 10 febbraio 1918, mentre l'Italia era in
guerra con l'Austria, tre M.A.S. (Motobarche Armate S.V.A.N.), motoscafi
siluranti della marina militare italiana destinati alla caccia antisommergibile,
entravano nella stretta insenatura di Buccari, in terra istriana, beffando la
sorveglianza e la sicurezza dell'esercito nemico, con un'azione che verrà
ricordata nei libri di storia. Su una di quelle motobarche, orbo dell'occhio
destro perso due anni prima in un incidente aereo, era imbarcato Gabriele
D'Annunzio, eroe, aviatore, uomo d'azione, ricco dissipatore, amante
sofisticato, fine letterato, forse il massimo poeta del '900, "Vate", come amava
definirsi. D'Annunzio non era nuovo a queste imprese: individuando con
lungimiranza quanto un simile episodio avrebbe inciso nella Leggenda, aveva
pianificato questa avventura per ribadire la sua straordinaria personalità e
perma-nere da protagonista, con un sipario che teneva costantemente alzato, sul
palcoscenico della Storia. Di lì a pochi mesi avrebbe concluso le sue eroiche
azioni guerresche con un pericoloso volo su Vienna e un cavallere-sco lancio di
manifestini. Gli italiani lo invidiavano, lo odiavano e lo adoravano. Sempre in
prima linea, pronto a rischiare di persona, si poneva come l'incontrastato
esponente della più raffinata cultura europea. Era stato lui a esaltare il cuore
degli italiani nel maggio del 1915 pronunciando l'orazione che segnò la fine
della neutralità e l'entrata in guerra contro l'Austria, aderendo poi, come
volontario, al conflitto mondiale.
Le trattative di pace che seguirono la fine delle ostilità gli sembrarono aver
mutilato la vittoria italiana ("[…] quel tradimento chiamato armistizio per
frodare la storia [...]", come scrisse più tardi) e lo allontanarono dal
governo, dal parlamento, dalla democrazia.
Si avvicinò a Mussolini, e la marcia su Ronchi e l'occupazione di Fiume, da lui
organizzata e capeggiata, eser-citarono un'azione determinante sull'ideologia
del fascismo.
Dopo l'impresa di Fiume si ritirò in una villa a Gardone Riviera, il suo
"Palladio" o "il Vittoriale degli Italiani" come lo chiamò più tardi, sempre
corteggiato e ammirato da donne e uomini, in un ombroso isolamento, dal quale
partivano sovente invettive e critiche che facevano sussultare il Regime.
Il dannunzianesimo, con i suoi miti eroici, superumani, imperialistici influì
enormemente sulla cultura e sull'arte della prima metà del secolo e al suo
creatore si rivolgevano, oltre a letterati, attrici in cerca di voluttuose notti
amorose, impresari teatrali e il solito esercito di creditori, anche ditte e
società per la creazione di slogan pubbli-citari, nomi da assegnare ai propri
prodotti, lettere di adesione e di appoggio.
Amico di Giuseppe Visconti di Modrone, fondatore della Casa di Profumo Giviemme,
dette il nome a un'Acqua di Colonia battezzandola "Acqua di Fiume" -in onore
alla sua impresa- e più tardi suggerì all'amico il nome forse più improbabile
della storia del Profumo: "Giacinto innamorato".
Anche la Società Anonima Stabilimenti L.E.P.I.T. di Bologna (Casa di Profumo
attiva fino agli anni 40 del secolo scorso che ebbe notevole successo nella metà
degli anni 30 con la lozione Pro Capillis Lepit, contenuta in un elegante
flacone) si rivolse nel 1921 a Gabriele D'Annunzio per creare i nomi di una
linea di profumazioni che il Vate chiamò, a ricordo delle sue imprese istriane,
"I Profumi del Carnaro" (era ancora fresco l'episodio della reggenza italiana
del Carnaro che venne proclamata l'8 settembre 1920, a Fiume, da D'Annunzio) e
ai quali assegnò appellativi che ribadivano l'italianità dei prodotti. Formulò,
come d'abitudine, anche un motto: "Cum lenitate asperitas" di cui si fregiò la
Casa.
Tutta la parte artistica, disegni di flaconi, etichette, scatole, e
illustrazioni dell'opuscolo esplicativo dei prodotti sono opera del pittore
Adolfo De Carolis. I flaconi vennero realizzati a Murano nella vetreria dei
fratelli Barovier e i cofanetti a Milano dalle Grafiche Baroni. "Così in Italia,
con materia e mano d'opera italiane, sono stati plasmati tutti gli elementi che
costituiscono I Profumi del Carnaro, meravigliosi e olezzanti frutti della
nostra industria", recitava la pubblicità del tempo.
Quella che presentiamo è la linea completa dei flaconi "I Profumi del Carnaro",
purtroppo oggi introvabi-li.
Le didascalie che accompagnano le immagini sono le stesse della pubblicità del
tempo e sono indicative del contesto storico-sociale in cui sono state
formulate.
Sono riprodotti anche i fogli scritti di pugno da D'Annunzio con i nomi
assegnati ai profumi. Non manca il grido creato dal Vate per infiammare il cuore
degli italiani: "Alalà" (in contrapposizione all'"Hurrà" lanciato dai fanti
americani alleati quando si scagliavano all'assalto), con il quale battezza una
profumazione. Purtroppo la nemesi storica che non ha voluto distinguere tra
funeste vicende e altri incolpevoli eventi, accomunati dal torto di esistere
sotto lo stesso cupo cielo, ha cancellato importanti brani degli avvenimenti
italiani che ben poco aveva-no di iniquo, e "I Profumi del Carnaro" hanno
seguito lo stesso percorso distruttivo, condannati da Nomi che volevano
identificarsi con la Storia.
Giorgio Dalla Villa - Profumeria da Collezione.
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